I segreti del “ramassin”, la piccola susina piemontese
Chi vive in Piemonte probabilmente ci si imbatte al mercato senza farci troppo caso. Di cosa stiamo parlando? Di mucchietti di piccole susine dalla forma ovoidale, con la buccia sottile e ricoperte da una leggera velatura bianca. Si tratta di ramassin, frutti che fanno parte della memoria collettiva, che ci riporta al sapore delle marmellate della nonna, alle crostate profumate e ai barattoli di frutta sciroppata. Nonostante l’incredibile somiglianza con le prugne, questi piccoli globi conservano un sapore dolce con sfumature aromatiche molto particolari.

Un elemento che ci permette di distinguerli ulteriormente dalle prugne sta nel modo in cui si effettua la loro raccolta. A differenza delle prugne, che una volta mature possono essere staccate dal ramo, bisogna aspettare che i ramassin cadano a terra da soli. Per questo i coltivatori, proprio come si fa per la raccolta delle olive, distendono delle reti ai piedi degli alberi, attendendo con pazienza la maturazione dei loro frutti. Un’altra caratteristica tipica del ramassin sta nell’adattabilità delle piante da cui si genera. Sono di fatto esemplari resistenti ai terreni poveri di nutrienti e soprattutto resistono bene al freddo. Dimostrano infatti di essere in grado di crescere fino a 1200 metri d’altezza: dei piccoli campioni di resilienza del mondo vegetale!

Gli alberi di ramassin sono autentici custodi di biodiversità, preziosi per il mantenimento dell’equilibrio degli ecosistemi locali. Secondo alcuni il nome del frutto deriva da “damaschina”, ovvero la prugna di Damasco, arrivata in Europa dall’Oriente. Nonostante questo sembrerebbe che il piccolo frutto piemontese non abbia nulla a che vedere con le damaschine coltivate in altri Stati, che oltre ad essere più grandi serbano un gusto totalmente differente. Secondo diversi studiosi infatti, il ramassin non sarebbe stato importato. Al contrario sarebbe nato qui, come esito dell’evoluzione spontanea di prugne selvatiche locali.